Per Economia Circolare s’intende l’incentivo che favorisce la riconversione delle attività produttive verso un modello di economia sostenibile, che mantiene il più a lungo possibile il valore de prodotti, dei materiali e delle risorse, riducendo al minimo la produzione di rifiuti.

 

In questo nuovo modello di economia vengono coinvolti tutti i settori produttivi, dalle industrie alle realtà artigiane. Due sole regole principali: riciclo dei rifiuti e utilizzo di nuove materie ecosostenibili.

 

Impossibile affrontare l’argomento, senza tenere conto del packaging, dato che, secondo il Corriere delle Sera, solo nel 2020 sono state prodotte tre milioni di tonnellate di imballaggi (e solo nel settore alimentare).

 

Dunque, già da tempo, si è aperto un dibattito focalizzato sull’impatto ambientale del packaging. È stato recentemente dimostrato, inoltre, che i consumatori sono diventati attenti ai loro acquisti, preferendo prodotti imballati con materiali “eco-sostenibili”, riutilizzabili o riciclati.

 

Anche l’attenzione del mondo istituzionale, con le recenti direttive comunitarie sulla progressiva eliminazione della platica e dei prodotti “mono-uso”, conferma una tendenza, in atto da parecchi anni, ma che con l’emergenza sanitaria è diventata più impellente che mai.

 

L’obbligo legislativo di ridurre materiali non riciclabili impiegati nelle confezioni, infatti, da’ voce al diffuso sentimento plastic-free e all’intenzione di privilegiare prodotti più “green”, proprio per approcciarsi concretamente alle pratiche di economia circolare.

 

Packaging ed economia circolare

 

Per favorire la transizione ad un’economia circolare, tutta la filiera del packaging, soprattutto alimentare, deve modificare gli imballaggi utilizzati finora e il relativo ciclo di vita.

 

Un packaging che si adatta ai principi dell’economia circolare è un imballaggio che, da un lato, può essere riutilizzato in nuovi cicli di vita, superata la fase di consumo; dall’altro, garantisce la corretta gestione e conservazione del prodotto.

 

Per imboccare la nuova rotta green, molte aziende stanno prediligendo la sostituzione della platica con nuovi materiali composti da sostanze biodegradabili e compostabili. Tuttavia, tale sostituzione presenta dei limiti.

 

In primo luogo, le nuove bioplastiche o i nuovi materiali da riciclo non sempre possono entrare a contatto con i prodotti (soprattutto nel settore alimentare e farmaceutico); in secondo luogo, sono materiali che a fine ciclo produttivo devono essere recuperati e smaltiti con modalità specifiche. C’è bisogno, dunque, di una nuova filiera di fine vita che impiega energia e risorse.

Per favorire un migliore approccio all’economia circolare, sarebbe bene incentivare il corretto riutilizzo di materiali già esistenti, sfruttando specifiche tecniche di smaltimento che consentono di recuperare il materiale ex novo.

 

Con le bioplastiche compostabili, cioè plastiche derivate da fonti rinnovabili e non fossili capaci di biodegradarsi nei cicli di compostaggio dei rifiuti organici, il discorso si complica ulteriormente: ad oggi, manca completamente un sistema strutturato di raccolta e di gestione, dedicato esclusivamente a questi materiali.

 

Tuttavia, la costituzione di Biorepack, nel 2020, un consorzio di 252 aziende per una produzione di 90 mila tonnellate di bioplastica all’anno, che lavora nell’ambito del Conai e in parallelo con il CIC (Consorzio Italiano Compostatori), dimostra un concreto impegno a integrare una nuova categoria di materiali di packaging alternativi alla plastica nella gestione dei rifiuti, al fine di favorire la transizione ad un’economia circolare.

 

La nuova dimensione packaging

 

Nella nuova ottica, i consumatori devono essere ben informati e pronti ad adattarsi alle nuove tendenze. La sfida comunitaria è di raggiungere una piena consapevolezza entro il 2030.

 

Per questo, via a etichette intellegibili, QR code, inchiostri ecosostenibili, colle compostabili, materiali riutilizzabili.

 

Inoltre, il packaging deve dare nuova voce ai prodotti che contiene, aumentando, rispetto alle soluzioni tradizionali, la quantità e le tipologie di informazioni, comunicate all’utente tramite l’adozione di diverse tecnologie (ad esempio, nel settore alimentare, verranno utilizzati inchiostri naturali che cambiano colore al variare delle condizioni del cibo).

 

La nuova capacità comunicativa del packaging è un fattore che abilita il perseguimento di diversi obiettivi di sostenibilità.

 

La sostenibilità degli imballaggi è una questione molto articolata e sempre più attuale, che non può limitarsi a considerazioni di carattere ambientale.

 

Richiede a tutti gli attori della filiera, dagli etichettifici ai produttori ai consumatori di riflettere in maniera congiunta anche sul valore sociale che il prodotto e il suo imballaggio possono generare.

 

Dunque, la transizione ad un’economia circolare passa attraverso l’adozione di nuovi materiali e lo sviluppo di filiere di riciclo e gestione del fine vita degli imballaggi strutturate.

 

Per questo, devono essere in primis i produttori a dimostrarsi consapevoli e disposti al cambiamento, affidandosi ad etichettifici che possano soddisfare l’attuale richiesta ed esigenza del mercato.

 

Ormai la strada green è stata imboccata, non sarà possibile tornare indietro. Meglio essere pronti al cambiamento, che è già in atto non concederà molto tempo d’adattamento.

Infatti, il 58% delle imprese italiane che nel 2016 ha impostato la propria strategia sulla sostenibilità sta fatturando ogni anno di più.

 

Le tue vecchie etichette inquinanti non sono più adatte, né per il tuo brand, né per l’ambiente.

 

Ecco perché Vico Etichette, che da anni ha sposato la causa dell’ecosostenibilità, ha creato il programma Green LABEL LAB®: un sistema unico sul mercato che consente di trovare sempre la soluzione ideale, anche per le esigenze di sostenibilità più particolari.

 

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Fabrizio Bonaccorso Vico EtichetteFabrizio Bonaccorso CEO

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